martedì 24 gennaio 2012

La mamma di Manzoni non rinasce più!

Sapete che c’è? Un’altra Giulia Beccaria non rinascerà più. Oggi, almeno, non sopravviverebbe, tantomeno ne verrebbe fuori un altro Alessandro Manzoni.
Insomma, figuratevi la scena. Giulia Beccaria, 50 anni, mamma di un ventenne Alessandro Manzoni aspirante poeta, oggi. Immaginate che cosa accadrebbe se solo intuisse che da quel figlio (venuto fuori per giunta dall’amore extraconiugale e non dal marito anziano e bacucco, aiuto le ansie!) potrebbe venire fuori nientepopodimeno che un’opera come ‘I promessi sposi’? “Alessandro, mamma, ci vedi con quella luce? Vuoi che mamma te ne compri una più grande? E che ti preparo, oggi? Devi mangiare, bello di mamma, se no le idee poi non ti vengono fuori da quella testa santa con cui ti ho fatto” ...e giù con i baci, e i baci, e i baci. E Alessandro: “E dai mamma, ormai ho vent’anni, ancora con questi baci!”.
Ecco, l’Alessandro Manzoni figlio di questa Giulia Beccaria lascerebbe la sua opera incompiuta, si calerebbe i pantaloni sotto il sedere e se ne andrebbe in giro per il mondo a cantare la sua arte, ormai povera, lontano da mamma. Non farebbe, in soldoni, mai successo pur di non doversi sorbire i baci di mammà.
Ecco perché Giulia Beccaria, quella vissuta a cavallo tra ‘700 e ‘800, è stata una mamma di razza. Segue il suo cuore dando alla luce quel figlio ‘bastardo’ di un Verri e non legittimo di un Manzoni. Appena dieci anni dopo lascia suo figlio in collegio per seguire un altro amore, quello per Carlo Imbonati con cui vive fino alla morte di lui. E qui, magari, qualcosa ci sarebbe da dire. Tant’è: Giulia e Alessandro si ricongiungono quando lui ha 20 anni per non separarsi mai più. Così da donna ribelle Giulia Beccaria si trasforma in madre tenerissima e nonna amorevole.

(postato nella pagina mamme di razza)

domenica 22 gennaio 2012

Rutta che ti passa

Qualcuno, tra i disegnatori dei cartoni animati, deve aver pensato di lanciare un nuovo stile catodico, una filosofia che attecchisce sui bambini. La nuova filosofia si chiama rutta che ti passa. Alla base di tutto c’è la convinzione che ruttando si cresca meglio e che un rutto aiuti a far uscire le tensioni che altrimenti farebbero la ruggine  tra l’Io e il superio. Sapreste spiegarmi perché, altrimenti, in tutti, e dico tutti, i cartoni animati di oggi i personaggi sentono il bisogno di ruttare? Papà Pig, quel tenerissimo papà maiale sovrappeso, emette un rutto non appena finisce di mangiare. Persino l’elefantino Dixiland, che avrei dato l’oscar della tenerezza a chi se l’è inventato, presto o tardi ha rotto la poesia con un rutto. L’unica alla quale hanno risparmiato il rutto è (per ora) Hello Kitty, forse perché prima qualcuno dovrebbe ricordarsi di disegnarle la bocca. Ora, come faccio a spiegare alla Nana biondina che ruttare rumorosamente per strada, al supermercato, a casa quando ha mangiato (figurarsi all’asilo) non è una nota di merito? Che non funziona così: più forte rutto più velocemente cresco. Come faccio a spiegarle che se Peppa Pig, mamma Pig, papà Pig e George ruttano tutti insieme appassionatamente per celebrare il lauto pasto, noi non dobbiamo fare lo stesso? Che ruttare non è un rito del volersi bene?
E dire che certe cose i bambini le imparano subito. Con la stessa velocità con cui ha imparato a ruttare la Nana biondina ha capito che cosa vuol dire sfigati. Ho scoperto da poco, infatti, che Babbo Natale ha una lista dei cattivi molto lunga perché non esiste una lista degli sfigati (l’era glaciale docet). Dunque mia figlia, tre anni, che si è ricordata che io e mio marito a Natale non ci siamo scambiati regali (per non ingrassare i cassetti di cose inutili), mi ha chiesto ridendo: mamma, tu sei una sfigata?
Mi toccherà darle una risposta.

Hanno inventato i fasciatoi, qualcuno se n'è accorto?

Avete mai pensato di seguire un corso preparto? Fatelo. Molte cose vi torneranno utili. Tra queste la rassicurazione dell’ostetrica sul fatto che la cacca nel pannolino dia fastidio più a voi che al vostro bambino. E’ esattamente quello che mi sono ripetuta tutte le volte che in giro in una città non ho trovato un posto dove cambiare uno dei miei bambini.
Non sono mai stata una mamma a cui piace restare a casa anche a temperature polari. la Nana biondina è stata portata a passeggio anche sotto la neve. Oggi ha tre anni e ha preso un antibiotico per la prima volta qualche settimana fa. Il Nanetto, cinque mesi, ha già fatto svariati giri in lungo e in largo per lo stivale. Da quando sono diventata mamma dunque ho capito tante cose nuove di questo paese, compreso che non ha alcuna pietà per il culetto dei bambini.
Assodato che non bisogna essere mamme ansiose, quando il bambino non si tiene nel passeggino un po’ di patema per il suo fastidio però ti viene.
Esempio 1. Due mesi fa eravamo a passeggio per Bologna. Faceva già freddino ma non troppo. Il Nanetto non si teneva più. Né in braccio né nel passeggino. Piangeva in continuazione. Dopo due ore così facciamo una pausa nel posto che ci piace di più da quando abbiamo i bambini: la Borsa, in piazza Maggiore, dove c’è la biblioteca per bambini. Bontà loro e della dea della civiltà che li ha raggiunti, oltre a libri, cuscini e tappeti di gomma per leggere libri sdraiati hanno anche tavolini su misura per la pappa, poltrone per allattare e un BAGNO. Con tanto di fasciatoio, lavandino e gabinetti piccoli. Povero Nanetto: aveva tanta cacca sulla schiena fin quasi ai capelli che avrei sfidato un adulto a passeggiare sereno così. Lavato, cambiato, ha dormito quasi fino al ritorno a casa il pomeriggio e finalmente si è goduto la passeggiata pure lui.
Esempio 2. A ritorno da un viaggio in Puglia, qualche tempo fa, tranquilli che almeno in Autogrill l’invenzione del fasciatoio sia arrivata, svoltiamo per San Benedetto del Tronto per far fare una pausa dal viaggio ai bambini. Scegliamo un ristorantino che pubblicizzava una frittura di pesce da restare senza fiato. Un po’ costosetto a dire il vero, ma una volta tanto si può fare. Senza fiato, però, ci ha lasciato durante il pranzo qualcos’altro. Pensavo, che allocca, che un fasciatoio nel bagno ce l’avesse un ristorante così. Dimenticavo che più ci si alza di livello meno è prevista la presenza dei bambini.
A Ravenna che per essere una città del Nord ha iniziato a civilizzarsi un po’ in ritardo, c’è la stanza delle coccole in stazione (a 700 metri dalla piazza principale) ma meglio di niente, ce n’è uno all’Ipercoop e un altro al Centro di medicina e prevenzione. Non c’è un fasciatoio in un bar e nemmeno in ospedale, pediatria compresa (magari, speriamo, ho visto male).
E in treno? Provate a fare un viaggio di cinque ore con un neonato e ditemi quante volte la farà. Per viaggiare tutte le volte mi devo portare la carrozzina o il passeggino, se non voglio costringere un intero vagone a sentire cosa ha mangiato il bambino e mio figlio a diventare nervoso per il fastidio.
Dunque, pubblicizziamo le strutture amiche degli animali, si mettono i sacchetti per strada per invitare i padroni a raccogliere la cacca dei loro cani ma per la pupù dei nostri figli non è previsto nulla.
Costo di un fasciatoio a buon mercato: 60 euro. E che ci vuole! Se Trenitalia lo accetta per la tratta Rimini - Bari glielo regalo io, mi trovino solo un buco dove metterlo!!!

Datemi un avatar e sarò una mamma perfetta!

Perché nessun governo ha ancora pensato di liberalizzare la professione di mamma? Niete orari, niente vincoli, niente pretese. E se alla fine le cose non quadrano scendiamo in piazza pure noi.
Scherzi a parte, qui ci vuole ben altro che una liberalizzazione. Ci vuole un'idea. Bisogna ribaltare lo stivale: mettere il tacco verso le Alpi e la parte più alta a mollo nel mare. Chissà che spostando questo qua e quello là non ne venga fuori qualcosa di meglio.
Chiariamo: non tutte le mamme la penseranno come me. C'è chi è felice e contenta di vivere nel deserto del sostegno sociale, di pendere dalle labbra di nonni, mariti, sorelle e fratelli per avere uno straccio di aiuto. Contenta per loro. Io invece mi indigno un giorno sì e l'altro pure. E neanche solo per me. La posizione che occupo oggi nel dizionario mi piace parecchio. Alla m di mamma ci sto molto bene tanto da aver raddoppiato perchè, mi sono detta, bismamma è ancora meglio che mamma. Ma non durerà per sempre. Anzi. Il mio periodo sabbatico volerà via più in fretta di una bella stagione.
Prendi le mie amiche. Userò nomi di fantasia ma le storie hanno tutte del vero. Giorgia, anni sui libri divisa tra qualche città del Nord e Roma. Scatta il grande impiego nell'amministrazione di una grande azienda. Poi arrivano i nanetti. A Roma se fai la mamma, lavori e vuoi passare del tempo coi figli ti puoi sparare, o licenziare. O fare come ha fatto Giorgia: maternità, aspettativa, ferie. Anche a lei suonerà la campana del fine ricreazione. E quando si tratterà di tornare al lavoro le verrà la psoriasi da stress: prendi l'auto, porta i bimbi all'asilo, lascia l'auto, prendi la moto, vai al lavoro; lascia la moto, riprendi l'auto, riprendi i bimbi dall'asilo, torna a casa. La grande azienda per quanti milioni di euro fatturi l'anno si è ben guardata dall'aprire uno straccio di asilo aziendale. E che ci vorrebbe. Giorgia almeno farebbe auto, lavoro, auto, casa. Maria lavorava a tempo pieno in un negozio. A 42 anni dopo il primo figlio ha chiesto un part-time ma il business plan della società non lo prevede. O torna full time o si licenzia. Pazienza se a 40 anni un lavoro non lo trova dietro l'angolo. Laura faceva la giornalista come me. Poi si è innamorata, sposata, ha fatto due figli e si è inventata un lavoro da casa. Ma se non trova posto all'asilo neanche quello potrà continuare a fare. Roberta lavorava a tempo pieno in un negozio. Poi anche per lei è arrivata la primavera dell'amore, e via con il primo e poi con il secondo figlio. Lei è stata più fortunata perché hanno accettato di passarla a part time, salvo dirle poco dopo che se vuole continuare deve dare la sua disponibilità a lavorare le domeniche e i festivi. Per non parlare di me che dopo il secondo figlio ho dovuto aggiungere sul tesserino da giornalista la qualifica di 'peso morto'.
Le cose sono due: o io ho tutte amiche sfigate o c'è qualcosa che non quadra. Ci chiedono di fare figli, di essere genitori felici, di tenerli a casa già alle prime avvisaglie di malattia per evitare la pandemia, di ascoltare i nostri figli perché i segnali che ci mandano sono importanti, di passare più tempo con loro.
Dateci un avatar. O al lavoro o a casa lasceremo un prototipo virtuale.

p.s. ai colleghi e a tutti quelli che leggendo stanno pensando 'e chi ve lo ha fatto fare ad avere dei figli' ricordo che la loro madre avrebbe potuto fare lo stesso, fregarsene e non metterli al mondo 2. che in un paese mediamente civile le donne lavorano quasi quanto gli uomini, quando hanno dei figli stanno a casa dai sei agli otti mesi, ci sono tanti asili per tanti bambini.