domenica 22 gennaio 2012

Rutta che ti passa

Qualcuno, tra i disegnatori dei cartoni animati, deve aver pensato di lanciare un nuovo stile catodico, una filosofia che attecchisce sui bambini. La nuova filosofia si chiama rutta che ti passa. Alla base di tutto c’è la convinzione che ruttando si cresca meglio e che un rutto aiuti a far uscire le tensioni che altrimenti farebbero la ruggine  tra l’Io e il superio. Sapreste spiegarmi perché, altrimenti, in tutti, e dico tutti, i cartoni animati di oggi i personaggi sentono il bisogno di ruttare? Papà Pig, quel tenerissimo papà maiale sovrappeso, emette un rutto non appena finisce di mangiare. Persino l’elefantino Dixiland, che avrei dato l’oscar della tenerezza a chi se l’è inventato, presto o tardi ha rotto la poesia con un rutto. L’unica alla quale hanno risparmiato il rutto è (per ora) Hello Kitty, forse perché prima qualcuno dovrebbe ricordarsi di disegnarle la bocca. Ora, come faccio a spiegare alla Nana biondina che ruttare rumorosamente per strada, al supermercato, a casa quando ha mangiato (figurarsi all’asilo) non è una nota di merito? Che non funziona così: più forte rutto più velocemente cresco. Come faccio a spiegarle che se Peppa Pig, mamma Pig, papà Pig e George ruttano tutti insieme appassionatamente per celebrare il lauto pasto, noi non dobbiamo fare lo stesso? Che ruttare non è un rito del volersi bene?
E dire che certe cose i bambini le imparano subito. Con la stessa velocità con cui ha imparato a ruttare la Nana biondina ha capito che cosa vuol dire sfigati. Ho scoperto da poco, infatti, che Babbo Natale ha una lista dei cattivi molto lunga perché non esiste una lista degli sfigati (l’era glaciale docet). Dunque mia figlia, tre anni, che si è ricordata che io e mio marito a Natale non ci siamo scambiati regali (per non ingrassare i cassetti di cose inutili), mi ha chiesto ridendo: mamma, tu sei una sfigata?
Mi toccherà darle una risposta.

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